Intervistata su Radio Radio

Cari lettori, è finalmente online il filmato dell’ intervista che mi hanno fatto qualche mese fa i ragazzi di Radio Radio.

Durante la trasmissione “by Night Roma” abbiamo parlato del lavoro da psicologa e di vari temi riguardanti la salute mentale.

A questo link è possibile vedere la replica.

Buona visione.

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A cosa serve l’orgoglio?

Dissociazione dell’identità e dinamica narcisista: “I fratelli Karamazov” letti da Antonio Semerari.
Dal vocabolario Treccani: orgóglio s. m. – 1. Stima eccessiva di sé; esagerato sentimento della propria dignità, dei proprî meriti, della propria posizione o condizione sociale, per cui ci si considera superiori agli altri 2. Con senso attenuato (per influenza del fr. orgueil), sentimento non criticabile della propria dignità, giustificata fierezza; anche, amor proprio.
In senso attenuato, insomma, l’orgoglio assume le caratteristiche di uno stato mentale prosociale, nel momento in cui ci spinge a fare bene, e quelle di un’emozione che è il contrario della vergogna: quando siamo orgogliosi sentiamo di occupare più spazio nel mondo, siamo fieri, il portamento segue lo stato mentale e camminiamo a testa alta, con il torace allargato, gonfio di questo sentire, il nostro Io si rafforza.
A volte l’orgoglio non è solo il sano piacere di chi è soddisfatto di sé e delle proprie azioni, ma è l’unico strumento per evitare l’umiliazione e non sentire dentro di sé il nulla, quel senso di vuoto che spesso è precursore e antidoto alla dissociazione traumatica.
Ivan Karamazov, come gli altri personaggi dell’opera “I fratelli Karamazov”, viene trattato come una persona reale nel testo di Semerari, “il delirio di Ivan. Psicopatologia dei Karamazov”, dove, a partire dalle vicende traumatiche che lui e i fratelli hanno vissuto, viene ricostruito il suo delirio, appunto, alla luce di un disturbo dell’identità che lo porta progressivamente a costruire un alter con il quale intratterrà un fitto dialogo alla fine del romanzo. L’umiliazione e la vergogna che sperimenta Ivan è quella di un ragazzo introverso ed intellettualmente dotato quando si rende conto che vive grazie ai favori altrui e che viene da una famiglia il cui capo viene da tutti considerato un essere abietto: dal punto di vista affettivo la sua storia è poi caratterizzata da abbandono e  attaccamento disorganizzato con una madre affetta da problemi mentali. Il mondo si connota quindi come traumatico e umiliante, per cui il senso di vuoto in cui talora il fanciullo si perde serva ad annullare emozioni negative: la strada che trova il ragazzo è quella della completa dedizione agli studi, al coltivare una mente assai brillante, che, tuttavia, non lo porta a spiccare il volo recandosi all’estero per completare gli studi, bensì a tornare nel paese natale, nella casa che tanto aveva disprezzato, passo che gli costa lo scompenso dissociativo. Il perchè di questo passo?
Benchè in Ivan si sia creata una dinamica narcisistica in cui lui si condanna al culto del proprio Io, tentando di marcare la distanza dagli altri attraverso la superbia, il disprezzo e tentando di smarrire il senso di appartenenza e l’empatia, allo scopo di non smarrirsi nel senso di vuoto e tenere integro il sé, il distacco altezzoso del narcisista non gli riesce bene, il suo non è un carattere freddo, e si innamora di Katerina, l’infelice fidanzata del fratello Dmitrij, motivo principale per cui torna al luogo natio. È proprio qui che si attivano i suoi processi dissociativi, dicevamo, poiché l’integrità del suo Io viene minacciata e a quel punto barcolla anche l’estrema barriera al dissolvimento identitario, il narcisismo, creando l’altra metà di Ivan.
L’episodio che scompensa il problema è l’incontro con Smerdiakov, il lacchè figlio adottivo della servitù nato in casa di Ivan, si vociferava, dal suo stesso padre: la personalità di questo soggetto è quella del narcisista covert, maligno, vuoto, privo di empatia, che fa si da mostrare a Ivan una parte di sé che fino ad allora aveva sempre messo a tacere, e il contatto con questo tipo di male frantuma così l’equilibrio tenuto in piedi dalla dinamica narcisista, quando Ivan intravede dentro di sé l’intenzione, affatto grandiosa e piena di valori, di desiderare la morte del padre per avere accesso alla sua eredità e poterne fruire con il suo grande amore. Riconoscendo il male dentro si sé, rispecchiato dalla figura di Smerdiakov, Ivan soccombe alla dissociazione dell’identità.
Ma alla fine del romanzo si assiste, dopo questa lunga descentio ad inferos, ad un processo di parziale reintegrazione, benchè il finale sia piuttosto aperto: quello che sicuramente possiamo apprezzare sia nel romanzo, che nel testo di Semerari, è la grande capacità di entrambi autori di un’analisi sottile dell’animo e della mente dei personaggi, all’interno dei cui vissuti possiamo camminare per capire come funzioniamo noi tutti e che percorsi facciamo in virtù delle condizioni al contorno.
Buona lettura, dunque!

Comunità di psicoterapia: cos’è quella casa laggiù e chi ci abita? Brevi cenni sulle comunità.

Dopo i manicomi sono arrivate le Comunità, e non solo loro, poiché esse costituiscono solo un anello della catena dei Servizi di Salute Mentale presenti sul territorio.
La comunità psicoterapeutica è organizzata, diretta e gestita privilegiando l’ambiente comunità;  lavora sui fatti, i vissuti, le aspettative, le dinamiche, coscienti e incoscienti della comunità nel suo insieme. Il gruppo comunità fa capo a un conduttore con formazione ed esperienza psicoterapeutica e di gruppo. Le comunità terapeutiche sono costituite da gruppi di persone coinvolte in un ambiente teso a favorire la cooperazione nella vita quotidiana (chi pulisce, chi cucina, chi ha cura dei nuovi arrivati, chi degli incontri di gruppi,chi degli  spazi individuali). Lo spirito di cooperazione, favorito e tutelato dai responsabili della comunità terapeutica, si estende alla cura delle reazioni del singolo e del gruppo. La reazione e il comportamento dei membri, che vivono e interagiscono in essa e con essa, rappresenta  l’oggetto su cui la comunità si prefigge di impiantare la nascita e lo sviluppo dello spirito di cooperazione, quello generante sentimenti di fiducia, senso di amicizia, appartenenza.
Le strutture residenziali costituiscono una risorsa del Dipartimento Salute Mentale (DSM), come individuato dal Progetto obiettivo Tutela Salute Mentale 1998 -2000 (DPR 1 novembre 1999), dedicata al trattamento di pazienti affetti da disturbi psichiatrici che necessitano di interventi terapeutico riabilitativi o di interventi di supporto sociosanitario, effettuabili in regime residenziale.
Il percorso territoriale di un paziente con difficoltà di funzionamento personale e sociale, con bisogni complessi, ivi comprese problematiche connesse a comorbidità somatica, e con necessità di interventi multi professionali, deriva da una presa in carico da parte del Centro di Salute Mentale  (CSM) che elabora un Piano di trattamento individuale (PTI); nell’ambito di detto piano può essere previsto l’invio e il temporaneo inserimento in una struttura residenziale psichiatrica per un trattamento riabilitativo con un supporto assistenziale variabile. (Accordo conferenza unificata Ottobre 2013, Ministero della Salute).

Dentro ad una comunità l’operatore, l’unità lavorativa protagonista del privato sociale e del terzo settore in generale,  svolge un ruolo polivalente e lo fa per tutto l’arco della sua permanenza in struttura: aggrega, unisce, comprende, accoglie, dirige, mette in pratica misure educative, organizza eventi ludici, fa anamnesi, ipotesi di lavoro terapeutico, colloqui psicologici, gruppi. Dall’altra parte c’è il paziente, cliente, utente, insomma c’è la persona, con i suoi limiti, le risorse, i piani terapeutici individualizzati, i suoi piani di vita che spesso sono opposti ai precedenti; dire dall’altra parte forse è improprio, visto che si vive tutti insieme e i confini si distruggono e ricostruiscono in continuazione in un equilibrio da cercare costantemente tra dentro e fuori, tra accettazione e cambiamento.
Dentro ad una comunità si cerca di lottare contro lo stigma, di ritrovare dei valori che permettano di vievere insieme per un po’ di tempo, si cerca di non perdere di vista il mondo, ma si procede fuori dai suoi ritmi frenetici, perchè le cose belle hanno il passo lento.
E il bello arriva alla fine: la persona entrata in comunità qualche anno prima, alla fine del suo percorso esce con le dimissioni, che hanno per sottofondo una pomposa festa, fatta di rumori, risate, grida, pianti, ringraziamenti e regali, proprio come quando ci si laurea: il titolo che si spera di consegnare è quello di persona, senza il peso dell’etichetta “matto”.

Dottor Jekyll e Mr Hyde

La dissociazione traumatica: caratteristiche delle parti della personalità e skills training.

Ne “Lo strano caso del Dottor Jekyll e del signor Hyde” di Robert Luis Stevenson, l’onesto dottor Jekyll si trasforma nel brutale signor Hyde, che rappresenta “l’altra faccia” della rispettabilità e del decoro: due personalità, in sostanza, con stati mentali, emozioni e comportamenti del tutto opposti, che fanno venire in mente il funzionamento delle diverse parti della personalità nel disturbo dissociativo.
Se il dottor Jeckyll cambia ingerendo una pozione, così non accade nella personalità dissociativa, che si sviluppa, in genere, quando un’esperienza è talmente minacciosa e soverchiante da non poter essere integrata pienamente: la dissociazione diventa, quindi, una strategia di sopravvivenza per le persone che hanno subìto traumi infantili precoci.
La dissociazione lascia una o più parti della personalità “bloccate” in esperienze irrisolte mentre un’altra parte persegue l’obiettivo di evitare le esperienze non integrate: la maggior parte delle persone con questo problema non arriva in terapia lamentando difficoltà con l’identità o il senso di sé, bensì cercando aiuto per problemi quali depressione, ansia, difficoltà relazionali, poiché ha poche parole per descrivere stati interiori assai strani e di cui talvolta si vergogna. Uno dei principali sintomi è il “senso di involontarietà”, di non appartenenza di pensieri, emozioni e comportamenti che si è però consapevoli di avere; alcune persone hanno la sensazione di essere più di una persona, o di avere differenti voci o identità.
Le parti dissociative della personalità non sono identità separate all’interno di un unico corpo ma parti di un singolo individuo che ancora non funzionano in modo fluido e che, dal punto di vista sintomatologico, possono portare a riferire di “sentire troppo” o “troppo poco”. Anche se non sempre le diverse parti della personalità sono consapevoli le une delle altre, inevitabilmente si influenzano: può accadere che una persona, mentre si trova in un negozio, possa sentire una voce interiore che la sprona a uscire e a tornare a casa poiché non si sente al sicuro in quel determinato luogo, benché la persona sappia che non esiste nessun reale pericolo. Si possono sentire altre voci interne che dialogano con la precedente, cercando di metterle a tacere. L’esito è spesso un senso di confusione, vergogna e paura, come avere due menti completamente differenti che dialogano tra di loro senza comprendersi.
Diventa allora fondamentale, per chi sperimenta questo problema, capire la dissociazione per poterla affrontare attraverso la psicoeducazione e l’esercizio della consapevolezza, per poi poter integrare e tollerare ricordi traumatici con successo.
Il testo “La dissociazione traumatica, comprenderla e affrontarla” di Suzette Boon, Kathy Steele e Onno Van Der Hart fornisce un valido supporto pratico teorico, utile agli addetti ai lavori e ottimo per chi sta vivendo condizioni di difficoltà legate a problemi dissociativi: il manuale offre le linee guida per uno specifico skills training che è possibile portare avanti sia in trattamenti di gruppo sia in terapia individuale. Rivolgendosi direttamente al lettore in maniera chiara ed empatica, in ogni capitolo gli autori affrontano un argomento che ha a che vedere con i temi del trauma e della dissociazione, insieme con strategie utili per affrontarli.

Per approfondimenti:
Suzette Boon, Kathy Steele, Onno Van Der Hart, La dissociazione traumatica, comprenderla e affrontarla, Mimesis 2013